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Teatri di confine

Magico Brook

– di Stefano Crisafulli –

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‘A mio avviso, siamo di fronte a una grande sfida: riuscire a sostituire, nelle menti degli artisti e del pubblico, l’idea che l’opera è artificiale con l’idea che essa è naturale’. Questo scriveva il regista Peter Brook nel suo libro Il punto in movimento, ventisei anni fa, e oggi si può dire che questa sfida sia stata vinta sul campo. Per averne conferma basta andare a vedere Un flauto magico, il libero adattamento della celebre opera di Mozart che Brook, assieme a Franck Krawczyk e a Marie-Hélène Estienne, ha plasmato con un piccolo gruppo di cantanti lirici e un attore puro (Abdou Ouologuem) presso la sua fabbrica artistica parigina del Bouffes du Nord. Il pubblico triestino ha avuto il privilegio di vedere quest’allestimento mercoledì 30 ottobre, al Politeama Rossetti, per la nuova stagione dello stabile regionale, e lo ha applaudito a lungo alla fine.

Applausi meritati, che hanno unito sia i melomani, sia chi di opera lirica non è esperto, come, ad esempio, il sottoscritto. Anzi, a dir la verità, l’opera lirica mi è sempre risultata indigesta, proprio perché viziata da un’artificiosità insostenibile e da una macchina scenografica ingombrante e satura. Ci è voluto Peter Brook per farmi eccezionalmente smuovere da questo giudizio. E in effetti la sua idea di opera è molto vicina alla ‘profonda leggerezza’ che Mozart stesso avrebbe voluto.

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Ma come si fa ad alleggerire tutto l’apparato tradizionale? Semplice, ha pensato Brook, basta togliere ciò che non è necessario per giungere all’essenza della messa in scena. Togliere, ad esempio, l’orchestra, che negli anni è diventata sempre più grande, per sintetizzarla nelle abili mani del pianista Vincent Planès e nel suono del pianoforte sistemato a vista sul palco. Togliere, inoltre, scenografie imponenti e utilizzare una serie di canne di bambù per restituire agli spettatori la possibilità di immaginare i luoghi dove si svolge l’azione, in questo caso un un tempio, una foresta, un palazzo. E togliere, infine, un esercito di comparse per lavorare con un gruppo di cantanti, che saranno all’occorrenza anche attori, nel segno della naturalezza e della creatività (uno su tutti: il Papageno terrestre e scanzonato interpretato da Thomas Dolié).

Il risultato non è ‘Il’ flauto magico, ma Un flauto magico, uno dei tanti possibili. E non ci stupisca più di tanto che alcune parti di raccordo siano in francese e, ad un certo punto, anche in inglese, perché, per Peter Brook, la differenza è sempre stata un valore. E il suo Flauto magico lo ha dimostrato una volta di più.

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