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La silenziosa primavera araba nel Bahrein

TREBISONDA

La silenziosa primavera araba nel Bahrein

di Cristina Rovere

Il 2011 avrebbe dovuto essere l’anno dedicato alle celebrazioni per il centenario dalla nascita dell’egiziano Nagib Mahfuz, primo e, per ora unico, arabo ad aver vinto il Premio Nobel per la letteratura. Ma ben pochi, fuori e dentro l’Egitto, associano il 2011 a un letterato: il pensiero corre subito verso le “primavere arabe”.

A sei anni di distanza gli esiti di quei movimenti di piazza sono ancora tutti da definire. Alcuni leader considerati inamovibili sono stati cacciati. Ben Ali, dopo quarantadue anni di presidenza e pochi giorni di proteste, è fuggito dalla Tunisia trovando riparo in Arabia Saudita; il faraone Mubarak ha resistito qualche settimana a piazza Tahrir prima di venire arrestato e infine recentemente prosciolto. Gheddafi, leader carismatico e crudele, ma con tratti pittoreschi (come dimenticare quando sotto l’ultimo governo Berlusconi piantò una sontuosa tenda beduina a villa Pamphili) è stato ucciso nel novembre dello stesso anno. Ali Abdullah Saleh, dopo esser scampato a un attentato e a un referendum, nel 2012 ha dovuto lasciare la presidenza dello Yemen, paese oggi dilaniato da una guerra settaria tra sciiti e sunniti.

Solo due paesi vedono ancora protagonisti della scena politica gli stessi personaggi del 2011: la Siria e il Bahrein. Sulla Siria di Bashar al-Asad ricordiamo solo che sono 11 milioni i siriani che sono stati costretti ad abbandonare le loro case, di cui oltre 4 milioni si sono rifugiati in Turchia, Giordania e Libano, mentre i restanti sono costretti a vagare all’interno del loro paese massacrato da una guerra che ha già fatto 450.000 vittime.

E il Bahrein? Dove sta il Bahrein? Cos’è il Bahrein? Il Bahrein – nome che significa tra “i due mari” – è un conglomerato di isole nel Golfo Persico; la capitale Manama  si trova sulla più grande di queste isole. È una monarchia costituzionale saldamente nelle mani della famiglia al-Khalifa che esprime il presidente e nomina una delle due camere del parlamento. È sede della quinta flotta americana che è stata indispensabile sia nella guerra in Afghanistan che in Iraq, ma che è anche stata un deterrente nei confronti dell’Iran sciita. Perché in Bahrein il 70% della popolazione è sciita, mentre gli al-Khalifa sono sunniti. In questo paese che è una goccia in un mare di petrolio, gas naturali e oleodotti, gli al-Khalifa hanno fatto alcune blande concessioni all’indomani delle proteste del 2011, prima che arrivassero le truppe dell’Arabia Saudita a dare una mano pesante al monarca. Guardando una mappa si vede quanto questo piccolo stato sia strategico nella zona. Dista un’inezia da Arabia Saudita e Qatar, ma non è poi così distante dall’Iran. All’indomani della rivoluzione iraniana del 1979, che riportò in patria l’ayatollah Khomeini e fece del paese una teocrazia, il Bahrein accusò l’Iran di avere ordito un colpo di stato. D’altra parte va anche ricordato che, non molti anni fa, il presidente del parlamento iraniano parlava del Bahrein come “quattordicesima provincia iraniana”. Al di là dei settarismi, anche in Bahrein le proteste chiedevano dei cambiamenti di carattere economico, sociale e, soprattutto, a livello politico e di libertà civili. Così non è stato. In Bahrein, nell’indifferenza dei media internazionali, le opposizioni sono state cancellate. Ad oggi se un poliziotto spara su dei manifestanti, la cosa è derubricata a “difesa personale” indipendentemente dal fatto che il manifestante brandisse un cartello o un fucile; nel 2015 più di 300 persone si sono viste togliere la cittadinanza, sono diventate apolidi, perché considerate “elementi pericolosi per la sicurezza del paese”. E per finire in carcere basta un tweet anti-governativo. Una primavera silenziosa, ma non per questo meno cruenta.

Per un’analisi storica della realzione tra sciiti e sunniti si rimanda a Konrad 224, pag. 16

Dida Foto: 

Mappa di Arabia Saudita e Bahrein

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