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Il Timavo e Grotta del dio Mitra

 

Il Timavo e Grotta del dio Mitra

Un itinerario unico al mondo a casa nostra tra mitologia, storia e geologia

di Riccardo Ravalli

Foto R. Ravalli
Foto R. Ravalli

Alle elevate latitudini del Polo Nord, in quel contesto astronomico e geografico, vivono la lunga notte, cominciata il 21 dicembre. Un fenomeno che alimenta tradizioni e riti come quello di S. Lucia. Oggi cade il 13 dicembre, il giorno più corto dell’anno fino al 1582, quando Papa Gregorio Magno adottò il nuovo calendario.

L’indissolubile legame tra notte e giorno richiama quello, ben più drammatico e coinvolgente, tra vita, morte e rinascita. Ne sono esempio concreto le sementi messe a dimora, seppellite sul finire dell’autunno e il successivo germogliare delle pianticelle, alla luce del nuovo anno. Riviviamo così anche i primi passi dell’uomo, in Medio oriente e nel mondo egizio, dove quasi tutti gli eventi erano manifestazione del divino come il culto di Iside ed Osiride, del Sole e della Notte, dell’intimo acquatico legame madre/figlio.

Tutto questo può sembrare lontano ma non lo è, o almeno non lo era in passato. Permangono connessioni sotterranee che ci coinvolgono. Ogni forma di vita è associata all’acqua e alcune sue trame avevano a che fare con risorgive di acque dolci e salate che si ritrovano vicine alla magica zona delle risorgive del Timavo a S. Giovanni di Duino, dove il Carso e le sue rocce s’inabissano fino a scomparire sotto ghiaie e sedimenti dell’Isonzo. Un fiume misterioso, il Timavo. Sgorga dal profondo dagli abissi, ieri come oggi, da sotterranee vie, da un refrattario mondo di pietra, incomprensibile per i nostri antenati e per noi oggi. Gli antichi vedevano questi punti di passaggio, come accessi agli Inferi, verso altre dimensioni e mondi paralleli. Un po’ come le magiche “passa-porte” di Harry Potter. Sembra che non ci sia niente di nuovo sotto il sole, solo piccole trasformazioni estetiche.

La chiesa gotica di S. Giovanni in Tuba svetta tra rigogliosa vegetazione e le polle del fiume e contribuisce a questa sensazione di sacralità e mistero.

Poco distante, l’ambiente marino, solcato dalle rotte di innumerevoli viaggi, tra cui quello mitico di Giasone e degli Argonauti che visitarono queste risorgive nella ricerca del Vello d’oro. Un paio di chilometri più a monte si è conservato un altro curioso capitolo di questo passato che non passa. È stato scoperto, quasi per caso negli anni Sessanta, dalla Comm. Grotte Boegan che esplora da sempre le innumerevoli grotte del Carso.

Rappresenta un’altra connessione tra diversi “elementi” materiali e non: luce, sole ed Oriente. Paradossalmente conservata e celebrata nelle tenebre di una grotta: il Mitreo. Non solo il mare ma anche le antiche strade romane furono le vie di contagio: la Gemina e la Postumia e le altre che, lunghe migliaia di miglia, collegavano le periferie dell’Impero, attraversando queste nostre terre, integrandosi alle antiche vie d’acqua. Mettevano così in contatto persone, merci, eserciti, idee e religioni. Giunsero sin qui portatori sani, forse soldati romani, migliaia d’anni dopo il mito degli Argonauti. Reduci da guerre lontane, per godersi finalmente la pensione, coltivando uno scampolo di terra e rinforzare così i confini con la loro presenza, circa  2000 anni orsono.

Temprati legionari, dopo aver dato innumerevoli volte la morte ai propri avversari, avevano avvertito i limiti che il dovere e la religione di stato imponevano loro, diventando permeabili a una credenza, allora osteggiata che celebrava la vita, il sole e la rinascita.

Sembrano esserci delle contraddizioni: andavano a celebrare i loro riti legati all’acqua e al sole nel buio della grotta, il Mitreo appunto, uno dei pochissimi conosciuti in Europa e, finalmente, visitabile (il giovedì mattina, info: Soprintendenza FVG tel. 040/4261411). Potremmo anche noi rivivere le sensazioni di coloro che cercarono conforto dal loro cupo presente e attendere il sorgere del nuovo giorno. Forse ne abbiamo bisogno.

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