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Zoran il mio nipote scemo

– di Gianni Ursini –

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Il 15 gennaio 2014, nell’orbita della 25a edizione del Trieste Film Festival, è stato presentato al teatro Miela Zoran il mio nipote scemo, di Matteo Oleotto. Posso testimoniare che, nonostante il film fosse già apparso nell’ottobre 2013 sugli schermi triestini, la sala era stracolma sia alla proiezione delle 19, sia a quella delle 21.30. La presenza del regista e di alcuni attori in sala probabilmente ha contribuito ad incentivare la curiosità del pubblico.

Matteo Oleotto, che è al suo primo lungometraggio, nasce a Gorizia nel 1977. Ha frequentato la Civica Accademia d’Arte Drammatica “Nico Pepe” di Udine e nel 2005 si è diplomato regista presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Ha già al suo attivo numerosi cortometraggi e per vivere ha fatto parecchi mestieri tra cui il cuoco, il giardiniere, il portiere ed il bagnino.

Ha raccontato che la genesi del film risale a cinque anni fa ed è stata piuttosto travagliata, soprattutto per le difficoltà nel trovare i finanziamenti. Per fortuna alla fine il progetto è andato il porto ed il film è stato anche presentato con successo all’ultimo Festival di Venezia.

Nota interessante: durante il tempo libero Oleotto si occupa della vigna ricevuta in eredità dalla famiglia e quindi quando descrive l’ambiente dei bevitori di vino, sa di che cosa parla.

L’anno scorso l’uscita della pellicola era stata preceduta da una serie di polemiche sulla stampa locale, per via di uno strafalcione contenuto nel comunicato stampa della società di distribuzione Tucker Films che aveva parlato dei protagonisti i quali frequentano un’ “osmizza furlana”. Allora qualcuno aveva scritto al “Piccolo” protestando che i friulani volevano portarci via anche le “osmizze”, le caratteristiche rivendite di vino al dettaglio del Carso triestino. In realtà nel film non ho sentito pronunciare mai la parola “osmizza”, ma nemmeno “frasca” o “privada”. E neanche ho visto appeso il classico mazzo di rami con foglie verdi che caratterizza simili luoghi. In compenso nel film si beve molto perché il protagonista Paolo Bressan (Giuseppe Battiston) è un ubriacone impenitente, cinico e cattivo.

La pellicola è ambientata in provincia di Gorizia al confine tra Italia e Slovenia, dove in un capannone agricolo trasformato in spaccio vini si riuniscono dei rottami umani a bere litri su litri di vino ed a giocare interminabili partite a carte. Non dubito che da quelle parti in mezzo alla campagna esistano ancora posti simili, dove si parla un misto di dialetto bisiaco e sloveno, ma si canta in friulano.

A questo proposito devo fare i miei complimenti al gruppo dei “Sacri Cuori” per le loro musiche belle e coinvolgenti. La vita di Paolo Bressan scorre tra fiumi di alcol, il lavoro nella mensa di una casa per anziani e le visite occasionali alla ex moglie con la quale finisce sempre per litigare. Tutto cambia quando all’improvviso la sua vita viene sconvolta dall’arrivo di un nipote, Zoran (Rok Prasnikar), che viveva con una sua zia slovena, Anja Kovac. Il ragazzo è estremamente introverso, ma ha imparato l’italiano leggendo vecchi romanzi di autori sconosciuti e si esprime in modo intelligente e colto.

Alla morte della zia, Zoran viene affidato a Paolo per alcuni giorni, in attesa di venire poi mandato in una casa-famiglia. Durante quei giorni Paolo scopre la grande abilità del ragazzo con il gioco delle freccette e cercherà di sfruttarlo, ma la convivenza con l’adolescente alla fine gli cambierà la vita. Prodotto da Italia e Slovenia, Zoran il mio nipote scemo è un film corale che riesce ad esprimere lo spirito delle nostre contrade in modo crepuscolare ed ironico.

Il pubblico viene coinvolto in una serie di situazioni assurde e paradossali con risvolti comici che inducono alla risata senza scadere nella volgarità.

Tuttavia io ho trovato il film molto triste, perché guardando negli occhi il protagonista si vede che  sotto la sua cattiveria nasconde una grande infelicità ed un vero e proprio “male di vivere”. Per fortuna nell’epilogo viene salvato in extremis dal consolante finale, ma rimane in bocca dello spettatore un gusto aspro ed amarognolo, come quello di un buon vino terrano.

 

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