Giardini inquinati a Trieste. E il fitorimedio?

-di Lino Santoro –

Se l’inquinamento è diffuso il problema dovrebbe riguardare in genere tutti gli orti e le aiuole cittadini, pubblici e privati e il terreno degli orti urbani.

Un’estesa attività di caratterizzazione altrettanto diffusa quanto sembra essere l’inquinamento dovrebbe permettere di interpretarne le cause per pianificare la bonifica dei suoli contaminati.

Le modalità per realizzare gli interventi di bonifica si possono suddividere in due categorie: quelli di tipo ingegneristico (desorbimento termico, soil washing, soil flushing, soil vapor extraction, pump&treat, barriere permeabili reattive etc.) e quelle che utilizzano sistemi biologici (biopile, landfarming, bioremediation, phytoremediation).

I costi dei secondi a parità di metri cubi trattati  sono di almeno 10 volte inferiori ai primi. E l’impatto sul territorio e sulla popolazione? Certamente molto minore nel secondo caso.

Ricordiamo inoltre che  tutte le tecnologie si suddividono in in situ (senza movimentazione o rimozione dei terreni) e ex situ (in questo caso si ha movimentazione o rimozione). Le tecnologie ex situ sono poi di due tipi on site (il trattamento avviene nel sito stesso) e off site (il materiale viene trasportato in impianti di trattamento esterni).

In vari centri di ricerca e università a livello internazionale si sta sviluppando un’ampia attività di sperimentazione in campo e in laboratorio sull’efficacia del fitorimedio (phytoremdiation). I dati che emergono dalle pubblicazioni della letteratura scientifica sono estremamente interessanti per l’efficacia e i bassi costi di questa metodologia. Il fitorimedio ormai è nella sua fase matura perché attualmente si parla di abbinamento di biorimedio e fitorimedio come fenomeni integrati interpretabili come una interazione simbiotica fra microrganismi e vegetazione vera e propria. Si parla di rizosfera e di rizopiano, cioè del particolare sistema ecologico formato dal volume di terreno che circonda  l’apparato radicale e dalla superficie delle radici, dove si svolgono intense attività di scambi biochimici con i microrganismi del terreno.

La loro concentrazione è di diversi ordini grandezza superiore rispetto al resto del suolo e funzionalmente e strutturalmente diversa. L’apparato radicale produce essudati di complessa composizione, fra cui alcuni enzimi che sono in grado di decomporre i composti tossici (IPA e diossine) presenti nel terreno, e di molecole proteiche in grado di complessare e chelare (ingabbiare) i metalli pesanti trasportandoli e isolandoli nelle cellule vegetali. D’altra parte i microrganismi (batteri e funghi) utilizzano i composti organici tossici come fonti di carbonio e di energia, forse preferendoli al materiale umico.

Quindi nelle più recenti elaborazioni scientifiche sul fitorimedio è combinato il ruolo della pianta attraverso la radice e i microrganismi della rizosfera in un’attività di bonifica del suolo. In alcuni esperimenti si è dimostrata utile, nel caso dei metalli pesanti, l’introduzione di agenti complessanti come l’EDTA (acido etilendiamminotetracetico) per esaltare l’effetto del loro trasporto all’interno della pianta.

Tutte le più recenti sperimentazioni che tengono conto delle caratteristiche del terreno, delle condizioni microclimatiche, del livello d’inquinamento, dell’apporto idrico, hanno portato a selezionare i vegetali (da piante ad arbusti  ad alberi) più adatti per il risanamento dei suoli, raggiungendo risultati che permettono di ridurre fino a oltre il 90% i contaminanti, con costi molto più bassi delle altre tecnologie, con notevole efficacia, certamente con tempi più lunghi delle tecnologie ingegneristiche ma con impatti ambientali trascurabili e con risultati migliori. Nel caso dei metalli pesanti si prospetta addirittura il loro recupero post incenerimento delle piante in cui si sono accumulati con una concentrazione di oltre100 volte rispetto a quella presente nel terreno.

Una sperimentazione svolta nel comprensorio dell’ex OPP nell’ambito di un dottorato di ricerca svolto nel 2010 sotto la guida di Pierluigi Barbieri dell’Università di Trieste, ha dato interessanti indicazioni con un abbattimento, in campo, di oltre l’80% degli IPA presenti nel suolo.

Scritto da lino santoro

lino santoro

Nato a Trieste nel 1946. Sposato felicemente con Maria Grazia e padre di Stefano. Laureato in Chimica e in Scienze ambientali, ha insegnato per molti anni, tenendo anche corsi presso l’Università di Trieste sui rapporti tra ambientalismo, scienza e ricerca. Ha collaborato con vari enti su temi ambientali. Ha fatto parte dello studio associato per consulenza ambientale Omnia studio. Per cinque anni è stato consulente tecnico del Centro di Ecologia Torica ed Applicata; già presidente regionale di Legambiente di Trieste e del FVG, ora è nel suo direttivo regionale, e nel Comitato scientifico regionale e nazionale. Collabora felicemente (almeno per lui) con Konrad da quattro anni.

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