I Racconti dei Lettori

di Samuel
UNA STANZA DI NOME BUIO TOTALE 
C’era una volta una stanza di nome buio totale dove la gente entrava per farsi male. Nessuno sapeva dov’era ma in un giorno dell’anno apriva una porta per sbaglio e chi audace alle sue spalle la richiudeva dopo aver attraversato la soglia di nessuna fonte di luce godeva. All’inizio chi entrava cercava la porta per tornare fuori scoprendo che non si poteva, perchè era una di quelle che aveva all’esterno la maniglia e dentro ne era priva a sorpresa. Uno di quelli che entrò gridò attonito: -”Bando alle rime di tutta la città… questa non è poesia!”. E mentre finiva la voce sentiva rumori circoscriverlo in vita. Sembravano vivide note nell’oscurità, che avevano voglia di prenderlo vivo. Come una musica imprevista in un area soleggiata protetta sul costone che da su di un mare brillante che dona vespri di salsedine a festa, ricco di prati guarniti di fiori e colori ed alberi folti e fruttati d’odori, una magia inaspettata che corona una giornata di pace esclusiva lontana dagli attaccamenti ossessivi, un miracolo sinfonico che sorprende un’eremita appagato dal suo distacco; ma in maniera opposta come tamburi suonati da ossa. La persona in fattispecie entrata non aveva più quiete, i rumori coprivano il buio e il silenzio che sembravano amici da sempre lì dentro; nulla era più vero… Sondare lo spazio, sentire gli ostacoli sul pavimento e provare a toccarli con tenero atterrimento mentre il rumore montava quel dolce veleno di un incubo a ciel sereno, erano le opzioni della stanza, senza dimenticare che si potevano tastare le pareti in cerca di vetri di finestre magari chiuse o magari aperte, sempre se queste avrebbero avuto un motivo di esserci lì, nessuno di quelli che entrava infatti ricordava la strada che lo aveva condotto all’interno dimenticando di primo acchito qualsivoglia orientamento. Nessuno faceva eccezzioni in questo macabro internamento. Non c’era poi così tanto tempo d’aspettare un rinnovarsi della fede o l’arrivo di un profeta redentore che portasse le chiavi di un passaggio al celestiale, un po’ dopo essere entrati e distanti dalla soglia qualcun’altro entrava senza dare il tempo necessario ad uno scatto verso l’uscio per salvarsi. La porta si chiudeva ed era allora che iniziava la danza della stanza. Due per due non fa quattro. Continuavano gli attimi di esitazione. I rumori imcomprensibili si fermavano come alla mezzanotte di un conto alla rovescia predestinato nei secoli dei secoli e i soli movimenti cadenzati dei vestiti fruscianti sui toraci e i respiri si affrontavano. Era la danza della stanza. Il nuovo entrato all’insaputa del

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