La monocoltura devastante del Prosecco

Nel trevigiano il paesaggio storico e rurale è stato cancellato. Impera la coltivazione dell’agrindustria. Che Prosecco beviamo? E cosa succederà in Friuli ora che la DOC si è allargata a dismisura?

A Revine Lago, in provincia di Treviso, nel cuore della DOCG Prosecco, sono state raccolte 800 firme di protesta. Il sindaco annuncia provvedimenti severi per limitare drasticamente i fitofarmaci.

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Dice il vignaiolo Luciano De Biasi:

“Coltivo il vigneto in modo biologico dal 2005. Ma sono costretto a vendere l’uva come se fosse prodotta in modo convenzionale: è contaminata dai pesticidi utilizzati nei vigneti confinanti. I miei sforzi di coltivare in modo – oggi- biodinamico risultano vani e mi è preclusa la possibilità della certificazione. Devo quindi subire un doppio danno: economico e morale”.

Continua il piccolo produttore:

“La macelleria del territorio e del suo paesaggio causata da una corsa irrefrenabile alla piantagione di vigneti scarnifica i suoli storici, li stravolge, spiana e livella, distruggendo in modo irreversibile l’ identità storica dei luoghi che diventano irriconoscibili agli abitanti e con essa anche l’identità biologica, la biodiversità degli habitat e delle specie tipiche locali della flora e della fauna”.

Poi il vignaiolo ricorda il grande poeta Andrea Zanzotto: “Una volta avevo orrore dei campi di sterminio, oggi provo lo stesso orrore per lo sterminio dei campi”.

Ancora alcuni versi di Zanzotto: “In questo progresso scorsoio / non so se vengo ingoiato / o se ingoio”.

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E qui si parla di ostinata ricerca della crescita: produrre di più, per vendere di più, per incassare di più. Il rischio è di essere ingoiati da un meccanismo ottuso e anti evolutivo.

Così è nel trevigiano, oggi. Ma la grande Docg del Prosecco avanza e quel modello si espande. C’è la smania a piantare e produrre Prosecco.

Il Prosecco, come è noto, è una “bollicina” prodotta in autoclave, con addizionamento di anidride carbonica.

Moltissime le produzioni industriali, con i “grandi marchi”.

Quello che conta è produrne tanto, perché “va tanto”: in Italia e soprattutto all’estero, Germania, Stati Uniti e Giappone. E costa poco.

Ma quanto costa all’ambiente? E quanto al nostro piacere e alla nostra salute?

Eppure, lontano dai riflettori del marketing, esiste e resiste un Prosecco tradizionale.

È quello rifermentato in bottiglia che, dove è nato e dove pochi continuano a proporlo, chiamano “col fondo”, a causa del leggero deposito sul fondo – appunto- della bottiglia.

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Ma il problema non è tanto in cantina. Il nodo scorsoio è l’agricoltura industriale e l’utilizzo di prodotti di sintesi, pesticidi sistemici in primis.

Non si può alzare questo calice.

Altro che salute!

 

 

L’alternativa

Per fortuna esistono piccoli produttori di Prosecco, posti ai margini di questi meccanismi che riescono a proporci buoni prodotti. Sono pochi e bisogna cercarli. Ne riparleremo!

Scritto da simonetta lorigliola

simonetta lorigliola

Simonetta Lorigliola, studi filosofici, è giornalista e vive e lavora a Trieste.
ha collaborato con "EV. Vini. Cibi Intelligenze", la rivista di Luigi Veronelli. Dal 2004 al 2010 ha diretto la Comunicazione sociale e le Campagne per Altromercato, la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale italiana per la quale ha fondato il progetto IlCircolodelCibo. Autrice di pubblicazioni su origini e storia, ha recentemente pubblicato "È un vino paesaggio" (DeriveApprodi, Roma, 2017) È stata tra gli ideatori del progetto "t/Terra e libertà/critical wine" che ha organizzato decine di eventi in tutta Italia. Oggi collabora con il Seminario Veronelli. Scrive su Konrad dal 2012 e da ottobre 2015 ne è la direttrice.

One comment

  1. Articolo molto interessante. E’ opportuno diffondere questo tipo di informazione.
    Solo una precisazione: dal testo potrebbe sembrare che tutto il prosecco é prodotto con anidride carbonica aggiunta a parte. In realtà é il processo di fermentazione che crea la CO2, in modo naturale.
    L’imbottigliamento isobarico, ovvero senza perdita di pressione, manterrà in bottiglia la CO2, ovvero le amate bollicine. Questo secondo il metodo Charmat.

    Qualsiasi eventuale aggiunta da parte dell’uomo di CO2, nella produzione di ogni bevanda, deve essere riportata in etichetta, con la classica menzione “addizionato di anidride carbonica”.

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