Venezia alla Partigiana

Una scultura di Murer ricorda le donne che parteciparono al Movimento di Liberazione

– di Fabiana Salvador –

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A Venezia, sulla riva davanti ai Giardini della Biennale, nel bacino di San Marco, un bronzo raffigura una donna riversa, morta dopo essere stata catturata, le mani legate, il corpo reso deforme dalle offese fisiche. In scala doppia del reale, l’opera, realizzata da Augusto Murer, interprete di un realismo drammatico ed esistenziale, è dedicata alla Partigiana. Inaugurata nel 1969, fu posta su un piedistallo mobile, ideato da Carlo Scarpa, che avrebbe dovuto assecondare il ritmo delle maree, facendo apparire il monumento sempre sulla linea di galleggiamento. Un’informe massa umana mossa nel moto delle acque sulla riva del mare. Punto focale di uno spazio scenico visibile per chi passa in barca o in battello. Un’idea seducente che non funzionò mai: la Partigiana si trasformò in una creatura lagunare, ricettacolo di alghe e spesso di rifiuti.

Un’opera che passa inosservata. Una memoria di sofferenza un po’ assopita che ne nasconde un’altra, prima sequenza dello stesso racconto. Esisteva un altro monumento alla Partigiana. Commissionata a Leoncillo Leonardi, artista di respiro europeo, inaugurata nel 1957 all’interno dei Giardini napoleonici, venne fatta scoppiare nel 1961 da una bomba per mano neofascista. In suo ricordo è rimasto il basamento. Un’opera notevole. Primo monumento in Italia e in Europa dedicato alla donna partigiana. Due metri e mezzo circa di altezza. In ceramica coloratissima. Tensione dinamica e vivacità in un clima di trionfante ed esaltante allegria per la vittoria sul fascismo. Un’opera tuttavia “scomoda”, non conforme alla monumentalistica tradizionale (della Resistenza e non solo) per contenuto e linguaggio. Una scelta insolita già nel soggetto – una giovane combattente di montagna, armata di fucile, sola, che avanza fra i cespugli di un bosco- in un contesto in cui si parlava ancora di “contributo femminile” alla lotta di liberazione, anziché di piena partecipazione. Uno stile – quello neocubista- scelto come linguaggio internazionale, censurato dal fascismo. Poco realistico, e per niente apprezzato. Alla sua distruzione l’opera non fu riprodotta e non fu riproposta la prima versione rifiutata del 1955, diversa solo per il colore rosso del fazzoletto ritenuto troppo identificativo. Esposta a Ca’ Pesaro nell’imperdibile sala dedicata agli anni Cinquanta, oggi è una tappa veneziana d’obbligo. Il tassello mancante di memorie sfumate, messaggi politici reinterpretati e comunque in oblio.

Scritto da fabiana salvador

fabiana salvador

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