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Dell’olivo e dell’olio / 1

GEOCRONACHE di Riccardo Ravalli

Antiche storie mediterranee 

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Le nostre radici, intrise d’olio come molte delle storie del mondo, solcano tuttora il Mediterraneo, in pace e in guerra, tra drammi e speranze.

Gli antichi passi dell’uomo dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa sono stati accompagnati dalla triade alimentare mediterranea: cereali, olivo e vite. In questo scenario il clima ha giocato la sua parte.

Nelle ultime centinaia di migliaia d’anni è come se il clima temperato si fosse spostato verso Nord, in alcuni periodi, mentre durante le fasi fredde e glaciali fosse stato il freddo del Nord a calare verso l’Equatore, con il proprio corredo di piante e animali. Cosa rimane?

Tracce di noccioli di olive e di carbone d’olivo, conservate in numerosi scavi archeologici nel Medio Oriente, e una testimonianza vivente: la macchia mediterranea che sopravvive lungo la costiera triestina e ligure o presso i nostri laghi, dove prosperano olivo, spontaneo e poi coltivato, piante aromatiche, alloro, timo e salvia e il leccio. Un intreccio di natura, azioni antropiche e miti.

Basti pensare a Noè e alle sue traversie con uva e vino, dopo il lungo errare, conclusosi sulle vette dell’Ararat con la pace con Dio e gli elementi naturali, sancita da un ramoscello d’olivo. Messaggio comprensibile ancor oggi, simbolo eterno di sacri legami.

Anche le lingue conservano antiche connessioni: i Greci chiamavano elaios l’olivo domestico, che veniva definito gentile e agrielaia kotinos una delle varietà selvatiche, utilizzata per il legno. Sono forse indizi dei loro rapporti con i Fenici e con la Siria, zona di provenienza della pianta, e quindi dell’olio che era ritenuto dai greci alimento, farmaco e addirittura regalo della dea Atena agli ateniesi e massimo premio per i vincitori delle gare olimpiche.

I Romani chiamavano oleaster (olivastro) tutti gli olivi spontanei e distinguevano le diverse tipologie di olive commestibili e di olii per uso alimentare, cosmetico o altro.

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Tra gli olivi selvatici, i più antichi d’Italia e d’Europa, sfiorano i 4000 anni d’età e si trovano nei pressi del paesino di Luras in Sardegna, non lontano da Olbia. 

Il più imponente è chiamato il “Patriarca”. Sotto le sue fronde dal Medioevo vi si celebra una messa la prima domenica di settembre in onore di S.Giuliano; l’evento probabilmente si collega a riti più antichi come pure la credenza che, attorno al maestoso albero, albergassero delle api, poste a difesa del classico tesoro, là sepolto.

In Maremma un altro testimone del tempo è l’ “olivo della strega”, datato a circa 3000 anni fa.

Con la coltivazione dell’olivo l’uomo ha plasmato territori, spesso marginali: dalle colline toscane alla zona del Parco regionale del Venafro nel Molise che dal 2008 tutela un’area con olivi millenari pregiatissimi le cui prime notizie risalgono al IV secolo a.c..

Quel mondo lo possiamo anche vedere grazie alle immagini raffigurate sui vasi, quasi foto dell’epoca, che emozionano per la loro immediatezza; inoltre le diverse tipologie di contenitori permettono la conoscenza di altri dettagli.

Un significativo esempio è nascosto nel quartiere romano del Testaccio dove furono rotte e smaltite milioni di anfore onerarie, utilizzate per il trasporto d’olio spagnolo. Il cumulo svetta con ben 54 m di altezza e al suo interno antichi depositi ipogei sono diventati rinomate trattorie.

Da sempre, le rotte dell’olio tra Africa, Sicilia, Grecia e Spagna si sono intrecciate con quelle del grano e del sale fino ai miei ricordi, legati all’aroma dell’olio siciliano che condiva con l’origano,  le verdure dell’orto.

Il quadro delineato è incompleto e cela molte ombre: dal Medioevo a oggi clima, incuria, scarse conoscenze e talvolta l’uso improprio del territorio hanno più volte messo a rischio questo patrimonio naturale e culturale.

Approfondirne cause, mali  e rimedi richiederà un prossimo, lungo, viaggio.

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