La famiglia Yoseikan

I Mochizuki, padre e figlio, in una foto di qualche decennio fa

I Mochizuki, padre e figlio, in una foto di qualche decennio fa

Era il 1931, nella città giapponese di Fukuoka, un giovane maestro di arti marziali stava cercando un nome per la sua scuola ed il dojo che era intenzionato ad aprire; un monaco gli propose di chiamarlo Yo Sei Kan (la casa del giusto insegnamento) ed egli accettò.

Proveniente da una famiglia che nel periodo Edo (1605-1867) istruiva i propri componenti al ninjutsu (l’arte della furtività, in pratica gli agenti segreti d’allora), questo marzialista, il cui nome era Minoru Mochizuki, aveva praticato a lungo con i maggiori maestri della sua epoca tra i quali Jigoro Kano (ideatore del judo), Ueshiba (padre dell’aikido) e Nakayama Hakudo (fondatore della Muso Shinden Ryu di Iaido) accumulando una esperienza tale che, sommando tutti i gradi nelle varie discipline successivamente studiate, raggiunse l’eccezionale numero di 59 dan, il più alto al mondo in tutti i tempi.

Dal polso grosso come una caviglia, di bassa statura ma dal fisico pari ad un culturista d’alto livello, fu il primo ad arrivare in Europa per insegnare l’aikido, una sua personale interpretazione arricchita in partcolare da tecniche basate sul sutemi (sacrificio), ossia afferrare l’avversario e lasciarsi cadere a terra per trascinarlo.

Allo scopo di diffondere il proprio stile, mandò il suo primogenito Hiro in Francia; questi, con il bagaglio tradizionale paterno, iniziò ad insegnare tutte le arti marziali separatemente (aikido yoseikan, katori yoseikan, ecc.) diventando anche resposabile tecnico della nazionale di karate d’oltralpe, ma, accostandosi agli studi sulla fisiologia delle catene cinetiche del corpo umano, egli fuse ben presto il sapere antico con quello moderno creando lo Yoseikan Budo in onore della scuola paterna.

Il principio fondamentale è in realtà semplice ma richiede una complessa coordinazione; esso appartiene anche ad altri arti marziali (come il Tai Chi Chuan stile Chen o simile alla “vibrazione dell’anca” nel karate) ma in questa disciplina diventa un movimento fondamentale chiamato “onda shock” e viene applicato, in pratica, a qualunque movimento venga studiato ed eseguito, e si tratta di un bagaglio di tecniche veramente imponente, in quanto possiamo parlare di un’arte marziale veramente completa, comprendente tecniche di percussione, proiezione, bloccaggi, leve articolari e lo studio di molte armi.

Ovviamente, osservando un praticante secondo stile del defunto padre oppure secondo quello del figlio (oggi ottantenne ma ancora presente sulla materassina) non sembrerebbe che il secondo discenda dal primo, ma questo è il frutto dell’evoluzione che ha portato anche alla sportivizzazione (con diverse tipologie di gare) della pratica non più propriamente marziale, ma eccezionalmente dinamica, al limite dell’acrobatico.

Non sono molti (in tutto il mondo) i praticanti che seguono ancora lo stile tradizionale di Minoru, ma quelli del figlio Hiro sono in continua crescita; in Italia vi sono alcune migliaia di iscritti alla sua federazione, ma vi è anche un ramo cadetto presente solamente in due regioni con poche centinaia di atleti, che non afferisce più al fondatore.

Dopo aver raccontato molti fatti sulle arti marziali, mi sia concesso soltanto un unico pensiero personale: in oltre quarant’anni di pratica ho conosciuto molti insegnanti ma pochi Maestri; di essi, solamente due hanno conservato un posto d’onore fra i miei ricordi, ed anche se non ho avuto la fortuna di frequentarlo a lungo, Minoru Mochizuki Shihan è stato il primo.

Scritto da muzio bobbio

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