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30 anni di musica dialettale al Rossetti

 

Il 15 dicembre si festeggia il trentennale del ritorno del “Festival della Canzone Triestina” nella sua più consona e prestigiosa sede del Politeama Rossetti.

Si tratta di una manifestazione che ha mosso i suoi primi passi nel ben lontano 1890 e questo ci spinge a voler ripercorrere, almeno a grandi linee, le tappe più importanti della sua storia ultracentenaria.

Nel 1889, il musicologo ed editore musicale triestino Carlo Schmidl… sì, proprio quello del nostro museo teatrale … si trovò ad assistere al festival della canzone meneghina di Milano: subito sorse in lui (ed essendo editore forse non solo con intenti artistici) il desiderio di replicare una manifestazione simile nella sua città natale.

Egli trovò l’appoggio del Circolo Artistico che riuscì in un solo anno, sostenuto anche dal giornale locale Il Piccolo, ad organizzare la prima manifestazione tenutasi nella loro sede (oggi non più esistente) nei pressi dei portici di Chiozza.
Oltre ai soci del Circolo parteciparono alle prime edizioni anche membri della Colonia Americana (appena sorta dalle ceneri della Tribù dei Papagai), un gruppo di artisti, inveterati mattacchioni; entrambe queste realtà erano espressione della classe borghese ed il loro intento era duplice: da un lato creare le colonne sonore per i carnevali che si sarebbero tenuti a breve (i festival si tenevano a dicembre o a gennaio), dall’altro quello, forse un po’ arrogante, di (parole loro) “togliere al popolo il malvezzo di cantare simili insulsaggini”, ossia creare canzoni d’autore popolareggianti, ma elevando il livello poetico dei testi (in effetti in quelli popolari il turpiloquio era frequente) e quello musicale, utilizzando qualche accordo in più dei soliti due o tre accordi maggiori.
La formula era, per l’epoca, pittosto semplice: il comitato organizzatore selezionava sei poesie inedite che doveveno essere musicate entro un mese; da queste, il comitato ne selezionava altre sei da presentare nella serata finale: ovviamente poteva capitare, come nel 1896, che Sangue triestin di Augusto Levi, musicata su due diverse arie, entrambe di Francesco Pian, furono sia la “vincitrice” che la “menzione d’onore”, in pratica il primo ed il secondo posto.
Fu, lo sappiamo, un grande successo, tanto che tutta la città cantava le arie migliori e la partecipazione di pubblico fu così numerosa che già la terza edizione fu organizzata al Politeama; ma lo spirito borghese, all’epoca con più di qualche connotazione massonica nonché irredentista, prese presto il sopravvento tanto che la canzone più “gettonata” del 1893 terminava con la famosa frase “…nela patria de Rossetti no se parla che italian!”.
Concorsi gestiti da più organizzazioni si sovrapposero (ben quattro nel 1898) fino al 1907 quando iniziarono a diradarsi sino a spegnersi negli ultimi anni della prima guerra mondiale.
Nel 1920, sotto il tricolore, ben due realtà ripresero ad organizzare dei festival paralleli: il giornale satirico Marameo e la Lega Nazionale, ma ben presto il fascismo pretese il riconoscimento della superiorità dell’italiano rispetto alle lingue locali: fu Carlo de Dolcetti (italianissimo sostenitore del vernacolo, direttore del giornale ed autore dialettale con lo pseudonimo di Amulio) che propose con successo l’istituzione di due primi premi, uno per i testi “in lingua”, l’altro per quelli vernacolari.
Pur con qualche pausa, si arriva così al secondo dopoguerra, quando, sotto il Governo Militare Alleato, il festival e lo spirito filoitaliano furono mantenuti vivi sempre dalla Lega Nazionale ed i testi,da scanzonati e ricchi di buoni sentimenti, nuovamente si spostarono verso la perduta appartenenza.
Con il ritorno di Trieste all’Italia, la fiaccola del dialetto passò in mani decisamente più prosaiche; fu abbandonata la sede storica del Politeama e fino al 1961 (quando il concorso fu organizzato ma annullato) il festival fu tenuto presso la famosa birreria Dreher di via Giulia (dove ora sorge il centro commerciale), e ad ogni birra acquistata corrispondeva la possibilità di esprimere un voto.
Un lungo silenzio calò allora sulle strofe vernacolari, quando, nel 1975, sulla spinta delle nuove maestranze della birreria, il noto cantante ed autore triestino Umberto Lupi propose a Fulvio Marion (già organizzatore e presentatore di diverse altre manifestazioni) di raccogliere il testimone caduto: egli sulle prime rifiutò, anche perché all’epoca furoreggiavano i complessi pop più che i cantautori, ma, incoraggiato da più parti, sarà proprio lui ad organizzare il primo “Festival della canzone triestina – nuova serie” nel 1977.
Dopo qualche anno, con il successo ed il consenso che via via aumentavano, proprio nel 1985, la serata finale ritornò alla sua sede storica dopo decenni di assenza e da allora (a parte le brevi chiusure per i necessari restauri) il Politeama Rossetti ha ospitato il festival che quest’anno giunge alla sua 37esima edizione.
Forse molti lettori si chiederanno, dopo le antiche contraddizioni, gli storici intenti commerciali, borghesi, irredentistici e nuovamente commerciali del passato, quale possa essere lo spirito che anima oggi l’organizzazione del festival: questa manifestazione ha perduto qualsiasi connotazione che non sia artistica, non ha appoggi da particolari gruppi politici e, dopo la crisi economica, nemmeno finanziari; i biglietti d’ingresso sono quasi le uniche risorse che gli organizzatori possono sfruttare per la sua realizzazione ed a loro va il mio augurio: “Altri cento di questi giorni” visto che ben più di cento ne sono già trascorsi.

Per maggiori informazioni visita il sito della manifestazione. Clicca qui.

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