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Arte e storia Culture

Marco Cavallo. Il sogno di una cosa migliore

– di Fabiana Salvador –

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Nel 1971 l’Amministrazione provinciale di Trieste chiama Franco Basaglia a dirigere l’ospedale psichiatrico di San Giovanni. E’ l’inizio di una cruciale riforma che porterà alla chiusura del manicomio e successivamente, nel 1978, con la legge 180, alla chiusura di tutti i manicomi italiani. Una grande avventura che attira molti uomini e donne profondamente motivati, provenienti da tutta Italia e dall’estero. Una straordinaria esperienza di democrazia e di partecipazione. Egualitarismo, valorizzazione delle diversità, libertà globale, critica radicale di ogni forma istituita di esclusione sociale e in particolare dei modi e delle culture della psichiatria dell’epoca: questi i temi, i moventi e gli obiettivi principali.

Ad accorrere sono perlopiù operatori nel campo della medicina ma anche artisti di ogni genere, che si mettono in gioco ed escono allo scoperto. L’arte, come espressione di un bisogno, diviene nuovamente strumento di comunicazione, avvicina mondi diversi, crea condivisione. Vengono istituiti laboratori di pittura e teatro. Viene data voce e immagine a chi fino a quel momento era rimasto in silenzio, la parte più debole e sofferente, custode di una verità difficile. La verità è rivoluzionaria, dipingerà su un muro dell’ospedale Ugo Guarino, unica scritta sopravvissuta di un incredibile repertorio che assieme ad altri interventi letterari artistici e a eventi memorabili hanno documentato per sempre una svolta epocale.

Al pittore scultore Vittorio Basaglia, cugino di Franco, è legato il racconto forse più celebre di questo periodo, uno dei primi atti manifesti del cambiamento in corso, la storia di Marco Cavallo. Nel reparto P, il più brutto di tutti i reparti, quello degli esclusi nell’esclusione, venne realizzato in cartapesta un grande cavallo azzurro, alto quattro metri, a ricordo di Marco, un vecchio ronzino che tirava il carretto della biancheria sporca, salvato dal macello da una petizione di tutto l’ospedale: infermieri, medici e pazienti insieme. Nella pancia di cartapesta furono messi i desideri di ognuno, non solo di libertà. Marco rappresentò il sogno di una cosa migliore.

Fu un’opera collettiva. Il 25 febbraio 1973 guidò un corteo di internati fuori dalle mura dell’ospedale psichiatrico, gli artisti in prima fila, attraverso la città fino a giungere alla scuola elementare De Amicis, nel rione di San Vito. Grande fu la partecipazione dei media e di molti cittadini incuriositi. Una festa che non significò il trionfo di qualcosa di già avvenuto e realizzato, ma la denuncia delle difficoltà, delle carenze e dell’oppressione ancora presenti in manicomio. Denuncia della mancanza di prospettive di chi avrebbe dovuto essere dimesso. Denuncia degli infermieri per le loro disagiate condizioni di lavoro.

Questo tuttavia era solo l’inizio di un inarrestabile processo di cambiamento. Marco avrebbe viaggiato molto. Costruito più volte in cartapesta, altre volte più piccolo in legno e bronzo, ha presenziato in manifestazioni organizzate in Italia e nel mondo come simbolo ed emblema della riforma basagliana. Nel 1992, in ferro saldato a lastre, è divenuto un vero e proprio monumento a Basaglia ed è oggi collocato nel parco del ex ospedale. Un omaggio doveroso. Ma Marco è ancora attivo, una macchina teatrale viva e in movimento che continua a parlare al futuro.

Il suo significato cresce, si espande. A luglio è approdato all’Expo di Milano e testimonia la lotta a favore dell’abolizione di tutte le istituzioni totalizzanti che esistono al mondo, a difesa delle persone più fragili. Contro pratiche coercitive e di sopraffazione nei confronti di intere comunità. Per l’occasione è stato coniato lo slogan “Nitrire al pianeta”, che nella sua mancata poesia, intende tuttavia suggerire che “nutrire” il pianeta non è aumentare l’esclusione, ma nutrire libertà, diritti e desideri. Per noi, per loro, per tutti e ancora per Guarino: “La libertà è terapeutica”.

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