Il destino è un cammello cieco

Intervista all’ On. Khaled Fouad Allam, sociologo, giornalista ed ex deputato al parlamento italiano

[Konrad n.130 – ottobre 2007]

Ci accolgono due splendidi gatti, per nulla intimiditi, e il sorriso cortese della signora Caterina, che si scusa per il disordine. In effetti c’è attorno il caos di un trasloco non ultimato: alcune librerie ancora vuote e volumi affastellati dappertutto. Ci accomodiamo su un divano e nella disponibile accoglienza di casa Allam.

La sua biografia sembra un romanzo: dalla guerra d’Algeria, quand’era neonato, all’indipendenza, poi Parigi, l’Università, il lavoro di editorialista per Repubblica, adesso deputato al Parlamento italiano. Qual è, tra le molte, l’appartenenza che sente più forte?

E’ difficile stabilirlo: tutte assieme fanno parte della mia geografia e della mia storia. Quando mi viene rivolta una domanda come questa sono solito dire che io cerco un equilibrio multiplo. Mi sento europeo nell’anima, arabo nel sangue, musulmano nella fede e italiano nel cuore. La mia identità non sta nessuna di queste parti da sola, ma nel loro insieme.

Khaled Fouad Allam

Lei cita spesso il versetto della sura 24 del Corano, in cui si afferma che l’ulivo non è né orientale né occidentale. Vorrebbe commentarlo?

Per me è un versetto molto importante, perché implica un grande significato, soprattutto in un periodo molto arduo, molto duro, come quello che noi viviamo oggi in tutto il mondo. Un periodo in cui c’è la tendenza a concepire le identità come roccaforti e non come passaggi. Molti musulmani leggono il Corano come una fortezza chiusa, capovolgendone il senso, col risultato che ormai da anni viviamo in una rigida divisione di campi, con le immagini degli sgozzamenti e delle bombe: l’Islam visto col paradigma del kamikaze. Invece quel versetto capovolge tutto ciò: per noi credenti è rivelato da Dio stesso e ci offre la dimensione di come dovrebbe essere il mondo: una geografia che non divida il mondo in territori ma lo concepisca come un tutt’uno. Leggere quel versetto dovrebbe indurci a uscire da quella roccaforte: per me è questa l’essenza del monoteismo, che sia ebraico, cristiano o musulmano.

I secoli della storia umana sono pieni di terribili tragedie causate dai fanatismi religiosi. Come si fa a coniugare il monoteismo religioso con la tolleranza? Non c’è il rischio di una visione che dica: se c’è un unico Dio e se il mio Dio è quello vero, ne consegue che il tuo Dio è falso? E ciò ha in sé il pericolosissimo germe dell’intolleranza.

Bisogna superare questa dimensione storica per approdare a una dimensione universale. Tutti noi abbiamo bisogno di una grande dose di universalismo nei nostri rapporti, sia quelli tra individui che quelli tra religioni. La fede non dev’essere una frontiera, ma un passaggio. Se mantiene le sue caratteristiche di frontiera è evidente che ci sono tutti i presupposti per continuare a prenderci a coltellate. No, bisogna cercare di superare tutto ciò. Il monoteismo è nato per trascendere le differenze etniche e geografiche, non certo per scavare fossati tra le persone e tra i popoli. Anche perché su questa terra non siamo eterni, ma ospiti. La cultura agevola questo processo di universalità e di incontro, ma solo fino a un certo punto: direi che è necessaria una sorta di rifondazione interiore. Essere in pace con se stessi e saper rinunciare ne sono i primi indispensabili gradini. E la stessa laicità va intesa come un passaggio, non come una frontiera. Bisogna impedire che la storia e l’eternità si prendano a schiaffi.

Si può insegnare tutto questo? Lo chiediamo anche al professore…

Dipende da cosa intendiamo per insegnare. Se riteniamo che sia la trasmissione di un sapere, moltissimo dipende da chi riceve l’insegnamento, dalla sua disponibilità a comprendere questo percorso. Non è materia che si apprende in settimane o mesi o anni, ma è un impegno per tutta la vita, un punto all’orizzonte. Si può essere pronti in tempi diversi e il maestro che insegna lo sente come il profumo di un fiore che sta sbocciando.

Nel 1925 in Italia il fascismo stava diventando un regime. L’editore Formiggini, ebreo e omosessuale, pubblicò un libretto dal titolo “Apologia dell’Islamismo” che a un certo punto, analizzando la condizione femminile, afferma: “Lo spirito dell’Islam è di adattamento alla contingenza delle varie e poche e dei vari popoli […] le raccomandazioni del Corano vanno intese con la giusta moderazione che si palesa nella consuetudine del Profeta, che lasciò godere alle donne della sua famiglia di una libertà abbastanza grande”. Da allora sono passati ottantadue anni. Come mai nel comune sentire dell’opinione pubblica occidentale l’Islam ha fatto passi indietro?

Semplicemente perché negli anni Venti la condizione della donna tra Islam e Occidente non era tanto differente. Non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che le donne egiziane hanno avuto il diritto di voto nel 1927, mentre le italiane o le francesi lo ottennero soltanto dopo la Seconda guerra mondiale. Inoltre, negli anni Venti e Trenta, il mondo islamico conobbe il fenomeno di un nuovo rinascimento culturale, letterario, filosofico e di costume. La grande differenza della condizione femminile comincia a farsi sentire soltanto a partire dagli anni Cinquanta, quando le donne occidentali iniziano ad acquisire un più articolato insieme di diritti. Dagli anni Cinquanta-Sessanta, tutto comincia a distanziarsi e il motivo di fondo è molto semplice e concreto: succede qualcosa di fondamentale nella storia dell’emancipazione femminile e nel rapporto delle donne con i maschi. E’ l’arrivo della pillola anticoncezionale, che permette alla donna di controllare la riproduzione e la sessualità. Una rivoluzione che nell’Islam non avvenne.

Come mai?

Perché negli anni Cinquanta, contestualmente all’affermarsi della contraccezione in Occidente, si manifestarono le prime avvisaglie del fondamentalismo islamico, che non era ancora una forza politica, ma che già tendeva a imporre un suo modello di società. Poi tutto precipita negli anni Ottanta, con la rivoluzione komeinista in Iran.

Lei racconta che sua madre, da giovane, non portava il velo, mentre a un certo punto inizia a indossarlo.

È così. E del resto mia madre non costituiva un’eccezione: era un atteggiamento molto diffuso, almeno tra le donne della borghesia.

Lei ha scritto più volte che in Europa esistono forti pregiudizi contro il nomadismo, fino alle persecuzioni naziste contro gli zingari, che si aggiunsero allo sterminio degli ebrei e di altre minoranze. E oggi? I nomadi oggi non sono molti di più? Ci riferiamo alle masse che affluiscono in Europa per trovare un poco di prosperità. A suo avviso ciò è destinato ad aggravare il problema? Oppure lei è moderatamente ottimista quando cerca di comprendere verso cosa stiamo andando?

Io non trovo ragioni plausibili per essere nè ottimista né pessimista. Penso che passeremo, che stiamo già passando, in zone di forti turbolenze, non soltanto in Italia, ma dappertutto. Vi è una pluralità di fattori, fra cui la forte accelerazione della nascita di nuove tecnologie che trasformano il nostro rapporto con gli altri, con noi stessi, persino con il tempo. Oggi si vive un tempo molto più dilatato. E la globalizzazione da un lato porta allo svaporamento delle frontiere ma da un altro lato…pensate ai problemi dell’immigrazione…porta a rafforzare i confini. Viviamo un periodo in cui nessuno sa dove stiamo andando. E pensate anche alla nuova grandissima diaspora di intere popolazione islamiche, ai diversi assetti dei confini. E quando la Turchia entrerà nella Comunità europea si avrà un organismo politico con un’estensione dalla Norvegia a Baghdad. Dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 è veramente cambiato tutto e si pongono ogni giorni nuovi scenari che è difficile governare. Bisogna comprendere di nuovo che cos’è l’Europa, che cosa sono le nazioni.

In uno scenario mondiale che non ha nessun riscontro nel passato.

Le democrazie europee e occidentali si trovano di fronte a forme statuali diverse, che il più delle volte non sono democratiche. E ciò implica anche difficoltà di comprensione delle ragioni degli altri.

Un panorama storico del tutto inedito: culture che si confrontano e spesso si affrontano, problemi nuovi che irrompono quotidianamente.

È così: alla Camera io lavoro alla Commissione Affari Costituzionali e lì spesso, quando ragioniamo su problemi quali la cittadinanza, l’immigrazione, la libertà religiosa in effetti non sappiamo dove si stia andando. La politica soffre di mancanza di progettualità e nessuno può sapere qual è il modo giusto per costruire una società multietnica. In assenza di teorie conterà molto la prassi concreta: gli esseri umani sono complicati. Sarà necessario inventare una nuova grammatica delle relazioni, definire mediazioni e mettere a confronto esperienze diverse, sapendo che ci muoviamo in un territorio inesplorato. Gli unici precedenti storici sono l’impero romano, che aveva creato una forma-stato multinazionale, multietnica e multireligiosa, e il mondo musulmano, nella sua seconda fase, quando a Baghdad tentò di organizzare un’esperienza analoga. Ma temo che entrambi questi precedenti siano troppo distanti nel tempo per consentirci utili confronti. E sicuramente non possono essere presi a modello.

Lei considera indifferenziato e monolitico il rapporto dei Paesi occidentali con la complessa realtà che si trovano di fronte?

Per ragioni storiche, no, per nulla. Dopo le guerre di religione, in Europa si costituirono stati basati sul nazionalismo. Tutto ciò ha reso difficile per gli europei concepire il rapporto con l’altro in termini di apertura, assai più di quanto almeno si può riscontrare nel continente americano. Io ho esperienze del Canada e lì la cultura è molto diversa, dato che è un paese costituito da immigrati. L’attuale presidente è una giovane di origina haitiana. Quando sarà concepibile qualcosa di analogo in Europa? Con tutto ciò, ovviamente, non va persa di vista la disponibilità, che pure si manifesta, in Europa. O in Italia: non posso fare a meno di pensare alla generosità di un’accoglienza che ad esempio nel mio caso si è dimostrata in maniera straordinaria.

D’accordo. Ma ammetterà che la sua è un’eccezione, visto che non tutti gli immigrati sono trattati nella stessa maniera.

Lo so bene. Ma l’eccezione è una cosa importante e necessaria, perché prima o poi finisce per confermare una regola.

Lei cita spesso Jacques Derrida, che s’interrogava sui reali confini dell’Europa. E in effetti, se pensiamo come lei più volte ci ha indotto a fare, che l’Alahambra è a Granada, che la Zisa è a Palermo, che se Cristo fosse nato oggi sarebbe un extracomunitario, viene da chiedersi se non sia il caso di rivedere le nostre idee anche in fatto di geografia, oltre che di storia.

Sono considerazioni vere. Ne aggiungo una: oggi la geografia va ripensata tenendo conto dei flussi migratori che costituiscono una parte significativa del nostro presente. La nuova concezione di una geografia possibile va configurata attraverso un lavoro culturale che tenga conto del rapporto tra storia e memoria. Quando citate l’Alahambra in Spagna o la Zisa a Palermo fate riferimento a due esempi della cultura orientale, ma in effetti sono monumenti musulmani collocati nel cuore dell’Europa. Pensate poi che qui vicino, nei Balcani, esiste da secoli una comunità di musulmani. Lasciando stare il mondo islamico, pensiamo alla presenza a Trieste degli sloveni, che fanno parte del tessuto e della memoria di questa città. E non si può dire che siano una memoria separata: no, sono parte integrante della storia di quest’angolo del mondo. Hanno contribuito e contribuiscono alla edificazione della realtà in cui viviamo. Come pure gli austriaci, in epoca precedente. Negare o ignorare realtà come queste, in epoca di globalizzazione, appare surreale.

E’ impossibile definirla in due parole. Ma un suo giudizio sulla globalizzazione?

Io credo che non si possa ritornare indietro, una volta intrapresa la strada della globalizzazione. La globalizzazione non può ridursi a essere solo una questione di mercati, ma deve imporre un ripensamento del nostro vivere assieme.

Trieste si vanta, spesso senza meritarlo, di essere accogliente e tollerante nei confronti del diverso, dello straniero. Qual è la sua valutazione e la sua esperienza?

Questa così benevola visione fa parte di un mito, il mito fondatore di questa città. A pensarci bene, il triestino non è un’identità ma uno stile. Eppure si sente parlare assai poco dei nuovi triestini. Io vivo e lavoro a Trieste da anni e sono tradotto in dieci lingue, ma in città…

Se è per quello, nemmeno uno scrittore di valenza internazionale come Boris Pahor…

Ecco: il fatto è che c’è una grande differenza tra multi-etnicità e comunitarismo.

Quale?

Comunitarismo è quando le comunità vivono fianco a fianco ma non interagiscono tra di loro e sostanzialmente si ignorano. Multi-etnicità è quando gli individui divengono ponti tra culture diverse, per produrne una nuova, più adeguata al presente, più vitale.

Che direzione prenderà il mondo nei prossimi anni?

Dipenderà da noi. Come dice un proverbio arabo: “il destino è un cammello cieco”.

 

Walter Chiereghin, Luciano Comida

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