Ambiente

Panzane interessate

– di Dario Predonzan –

Quanto costa davvero l’elettricità in Italia e perché

Quante volte avrete sentito e letto che l’energia, quella elettrica in particolare, è molto più cara in Italia rispetto agli altri Paesi europei? E che anche per questo le nostre aziende faticano rispetto alla concorrenza straniera?

Confindustria, politici, ecc. fanno a gara nel ripetere il ritornello, sparando anche qualche cifra: così si dice ad esempio – senza mai citare dati precisi e tanto meno le fonti – che il chilowattora (kwh) costerebbe agli italiani, ed in particolare alle industrie, “il 30-40 per cento in più”, rispetto alla media europea.

Basta consultare i dati di Eurostat, per scoprire invece che il costo del kwh, per le industrie, in Italia nel 2011 ha superato del 22,5 per cento la media UE, mentre il costo per le famiglie supera la media europea del 9% (e c’è chi paga più degli italiani: spagnoli, austriaci, belgi…).

Tasse ma non solo

Eurostat confronta i prezzi al netto delle imposte, ma se si aggiungono anche queste, si scopre che in Italia l’incidenza del fisco sul prezzo finale del kwh alle aziende è pari al 21,1%. In pratica (dati di Confartigianato), ogni 100 kwh consumati, le aziende italiane pagano 4,65 Euro di tasse, quelle tedesche 3,51, le francesi 1,42, le spagnole 0,71 e le inglesi 0,47.

C’è però dell’altro. Poco rilievo ha avuto sui media la notizia dell’indagine avviata in giugno dall’AEEG (Autorità per l’Energia Elettrica ed il Gas), sulla mancata competizione nel mercato dell’elettricità ed in quello del gas. Il mercato elettrico italiano e quello del gas sono stati infatti liberalizzati da alcuni anni, ma i prezzi offerti alle famiglie dai vari gestori non sono diminuiti. L’indagine dell’AEEG ha quindi lo scopo di accertare se non ci siano accordi di cartello tra i produttori ed i distributori, per evitare di farsi concorrenza a danno degli utenti finali.

Interessante una considerazione del presidente dell’AEEG, Guido Bortoni, passata quasi inosservata sui media: per agevolare i consumatori, oltre ad introdurre un corretto regime di concorrenza (campo nel quale l’industria italiana non si è mai distinta…) tra i produttori, bisogna incentivare le fonti rinnovabili, non solo il fotovoltaico, ma anche le rinnovabili termiche e l’efficienza energetica.

Cosa incide davvero sulle bollette

Bortoni smentisce così un altro mantra ripetuto fino alla nausea da Confindustria, politici (ministro Passera incluso) e giornali asserviti: quello secondo cui buona parte della colpa degli alti prezzi dell’elettricità in Italia sarebbe da attribuire agli incentivi per le fonti rinnovabili, fotovoltaico in primis, i cui costi sono scaricati sulle bollette di tutti i consumatori.

Giunge a proposito un dossier di Legambiente (“La verità sulle bollette elettriche”, maggio 2012, scaricabile da: www.legambiente.it), che analizza le variazioni nelle voci di costo riportate nelle bollette dell’elettricità.

Citando dati dell’AEEG, Legambiente rileva che in un decennio la spesa media delle famiglie italiane per l’energia elettrica è aumentata del 52,5% (da 338,43 Euro nel 2002 a 515,31 nel 2012). Nelle bollette la voce “energia e approvvigionamento”, cioè quella legata al prezzo dei combustibili – principalmente il metano, il cui prezzo segue l’andamento di quello del petrolio – è però cresciuta nello stesso periodo del 177,2% (da 106,06 a 293,96 Euro), aumentando la propria incidenza sul totale dal 36 al 57%. Un altro 13,4%  dell’importo delle bollette è rappresentato dai “servizi di rete” (tariffe di trasporto, distribuzione e misura dell’elettricità), il 13,3% dalle imposte, mentre gli “oneri di sistema” pesano per il 16,2% (pari a 83,68 Euro).

E’ in quest’ultima voce che si trovano anche gli oneri per gli incentivi alle fonti rinnovabili. In dettaglio, sui 83,68 Euro citati, 67 sono dovuti agli incentivi per le vere fonti rinnovabili (fotovoltaico, eolico, ecc.), 9,7 a quelli per le fonti cosiddette “assimilate” alle rinnovabili (uno scandalo italiano: sono considerate “assimilate” – e incentivate – l’incenerimento dei rifiuti, l’uso degli scarti di raffineria e del gas di cokeria…), 1,92 Euro alla promozione dell’efficienza energetica, 1,81 alla messa in sicurezza del nucleare (le vecchie centrali chiuse dopo il referendum del 1987, non ancora smantellate), più qualche altra voce minore.

Gli incentivi alle rinnovabili pesano quindi per il 13% sul totale della bolletta.

Una percentuale cresciuta soprattutto negli ultimi anni, che ha reso possibile l’unico risultato positivo nel sistema energetico italiano: l’aumento dell’elettricità prodotta con fonti rinnovabili, dal 16% del 2006 sulla produzione complessiva al 26% del 2011.

Il che significa, tra l’altro: minore dipendenza dai combustibili fossili (quasi tutti importati, con aggravio della bilancia commerciale), riduzione delle emissioni inquinanti e di quelle di “gas serra”, ma anche riduzione/azzeramento delle “punte” estive della richiesta di elettricità. Proprio in estate – si pensi al fotovoltaico – la produzione da rinnovabili raggiunge infatti i valori massimi. Da ciò anche la riduzione dei prezzi: secondo Terna per ogni punto percentuale di elettricità prodotta con le rinnovabili, il prezzo diminuisce di 2 €/kwh.

Chi rema contro

C’è però chi ci rimette: sono le società che hanno costruito centrali a gas negli ultimi 10-15 anni (ad es. quella di Torviscosa), per speculare sui prezzi dell’elettricità nei periodi di punta. Centrali che ora  funzionano a regime ridotto e non ripagano quindi gli investimenti fatti: ovvio che costoro ce l’abbiano con le rinnovabili…

E’ chiaro quindi perché tanti continuano a spacciare falsità sui costi, proponendo come soluzioni la costruzione di elettrodotti per importare elettricità dall’estero, di rigassificatori e – come l’ineffabile presidente Tondo – addirittura nuove centrali nucleari in Slovenia. Tutto, rigorosamente, senza neppure l’ombra di un Piano Energetico Nazionale. D’altronde in Confindustria i “grandi” dell’energia – ENEL, SNAM, Edison, ecc. – contano ovviamente molto più dei piccoli e dei medi, i quali per lo più si accodano servilmente. Anche questo è un sintomo della crisi – morale e culturale innanzitutto – di una classe imprenditoriale che è concausa, più che vittima, della crisi generale dell’Italia.

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