Ambiente Economia e lavoro

È quasi nuovo, ma è già rotto!

– di Barbara Žetko –

Storia dell’obsolescenza programmata. 

Vi siete mai domandati, perché la vostra stampante si rompe un mese dopo che è scaduta la garanzia o perché non riuscite a trovare i pezzi di ricambio per il vostro frullatore? Vi è mai successo che vi abbiano consigliato di comprare una nuova lavatrice, perché riparare quella vecchia non era conveniente? Se la risposta è sì, purtroppo non vi resta che rassegnarvi. La maggior parte dei prodotti industriali che acquistiamo sono stati progettati per durare poco e hanno una precisa data di scadenza, esattamente come i prodotti alimentari. Purtroppo non abbiamo gli strumenti adatti per contrastare questo fenomeno. Appare evidente che non abbiamo molta libertà di scelta, quando il negoziante ci consiglia di comprare un nuovo televisore, se difficilmente troveremmo un tecnico che sappia riparare quello vecchio oppure se costa troppo farlo o ancora se non si trovano i pezzi di ricambio.

La colpa di questo perverso meccanismo è dei produttori e della cosiddetta obsolescenza programmata, ossia di una politica volta a ridurre deliberatamente la vita di un prodotto attraverso un insieme di tecniche che rendono l’oggetto non più utilizzabile, come ad esempio l’introduzione di un difetto, l’inadeguatezza e la fragilità dei materiali, l’impossibilità della riparazione, le incompatibilità dei componenti elettronici, ecc. Tutto ciò con l’unico scopo di costringere la gente a ricomprare ciò che non è più funzionante e, quindi, a consumare in un processo senza fine. Cosa c’è quindi di più efficace per sostenere il nostro sistema economico basato sul consumismo dell’immettere sul mercato oggetti realizzati per durare poco e destinati a essere velocemente sostituiti? L’obsolescenza pianificata non è una novità degli ultimi anni. Già nel 1924 si gettarono le basi di questa devastante politica industriale, quando i maggiori produttori di lampadine del mondo si riunirono per elaborare strategie e ridurre la durata del prodotto, decidendo quindi di abbassare la vita media delle lampadine da 2500 a 1000 ore, con l’unico scopo di venderne di più. Qualche anno più tardi l’obsolescenza programmata divenne un modello per lo sviluppo industriale, dopo che negli Stati Uniti fu addirittura proposto di imporla per legge per poter risollevare l’economia provata duramente dalla Grande Depressione degli anni Trenta. Nonostante una norma simile non sia mai stata ufficialmente adottata, da allora il modello industriale si basò sempre più sull’obsolescenza programmata come sistema insostituibile per aumentare le vendite e, di conseguenza, i profitti.

A causa di ciò nel corso dei successivi decenni la durata dei prodotti invece che aumentare diminuì progressivamente. Se fino agli anni Settanta l’aspettativa di vita di un elettrodomestico era di 20 anni o più, oggi è in certi casi di cinque o addirittura 10 volte inferiore. Siamo quindi lontani anni luce dalle leggi dell’ex Germania dell’Est che imponevano ai produttori elettrodomestici di garantire una durata di frigoriferi e lavatrici di almeno 25 anni. Ma che conseguenze ha l’obsolescenza pianificata? Innanzitutto è causa di un insostenibile spreco di risorse e, cosa forse ancor più preoccupante, aumenta in maniera esponenziale la produzione di rifiuti, soprattutto quelli difficili da smaltire, come quelli elettronici. Nonostante il problema dei rifiuti sia sentito anche da noi, spesso non riusciamo a immaginare le conseguenze devastanti che questo provoca sul pianeta in e sui paesi del sud del mondo in particolare, dove non si contano più le enormi discariche illegali a cielo aperto, in cui i rifiuti elettronici vengono smontati e i componenti bruciati per ricavarne metallo da vendere, producendo in tal modo diossina e altri fumi tossici.

Come uscire da un simile sistema? Cosa possiamo fare noi consumatori per ribellarci? Come possiamo cambiare questo modo insensato di produrre i beni? Certamente è difficile, ma non impossibile. Possiamo cominciare adottando un modo di vivere che preveda prevalentemente il riciclo, il riutilizzo e un consumo responsabile, imparando dove possibile a riparare gli oggetti fuori uso o dando loro una nuova vita. Forse non stravolgeremo il sistema, ma almeno è un inizio, un’inversione di tendenza, indispensabile anche questa per riuscire a salvare noi e il nostro pianeta. Se volete saperne di più: Serge Latouche, Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata, Bollati Boringhieri.

 

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