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Le regioni della poesia. Incontro con Pavle Merkù

Pavle Merkù
Merkù, compositore, linguista
Pavle Merù

Pavle Merkù è nato a Trieste nel 1927. E’ compositore, etnomusicologo e linguista. Merkù non si può racchiudere in un’intervista o in qualche incontro: la conversazione, multiforme, e l’aneddotica, ricca e interessante, è piacevole come la sua musica. Ebbi modo di incontrarlo per una mia ricerca sulla messa in musica della poesia: la cultura, l’umanità, non so se oltrepassarono ma, sicuramente, “pareggiarono” la musica che ha composto e “salvato”. I seguenti brani (selezionati per limiti di spazio) sono nati dai miei incontri col compositore (avvenuti in tre diverse giornate fra la primavera e l’estate di quest’anno).

Perché ha musicato poesie?
Perché lo strumento o la voce che più mi attraeva e mi interessava, e per la quale mi interessava scrivere di più, è la voce umana. Io sono strumentalista, ho studiato violino. Però, da quando due mie zie mi cantarono per un anno Schubert, Schumann, Wolf a tutto olè, ho cominciato a leggere sempre più poesie e a scrivere per la voce con l’accompagnamento del solito sgangherato, terribile nemico dei compositori, il pianoforte. In seguito sono passato a far valere la voce sola, senza strumenti, o scegliere le combinazioni più strane per avvicinarmi all’essenza e alle regioni della poesia, fino al punto che non distinguevo più fra poesia e musica: per me sono la stessa cosa. La poesia stessa è propriamente musica, come lo è, salvo nella maggioranza degli uomini, il parlare, la voce umana. Io vedo più con le orecchie che con gli occhi. Quindi posso diventar cieco, chissenefrega, ma sordo no, per l’amor di Dio. E inoltre ogni lingua, ogni dialetto è un’altra musica, e mi sono accorto, mettendo in musica poesie (ho messo anche prosa, ma rari brani di prosa poetica), che cambiando lingua, cambiando dialetto, cambia la musica e perciò anche la mia musica doveva seguire le impronte del parlato, del detto, dell’immaginato. Perché tanti cretini mi chiedono come mai compongo senza suonare il pianoforte, a tavolino? A loro ho detto “Perché un poeta, per realizzare una sua poesia, deve declamarla ad alta voce?” La maggioranza non capisce la domanda, eh, eh.
Ah! Allora non è una cosa bella…
No… Io ho avuto la grande, meravigliosa fortuna di studiare con Vito Levi. Prima avevo studiato con Ivan Grbec. Tutti e due erano allievi di Smareglia. Come vede, sono uno dei tre singoli al mondo che non si toccano i coglioni pronunciando questo nome. Altrimenti sarei scivolato e basta. Insomma, tutti gli altri hanno commesso un grave errore, e sempre lo stesso, insegnando composizione: correggevano le mie composizioni. “No, questa nota non la puoi mettere qui, per questa e questa ragione!”, “Così devi scrivere!”: io non riconosco oggi quelle composizioni come mie. O c’è di più di mio o di più di quell’altro. Vito Levi non mi ha mai corretto niente. Mai! Neanche una nota. Anche dopo finito di studiare con lui, andavo da lui, gli mostravo le mie composizioni, e per vedere come mi insegnava (non la leggeva al pianoforte!, ché non gli occorreva) me li restituisce e mi dice: “Merkù, anche se Stravinskij mi mostra questo brano, gli dico che è merda”. Non ha aggiunto niente, io me ne vado e penso: “Perché?”. Se Levi l’ha detto, ha certamente ragione, ma devo io scoprire perché è merda. L’ho scoperto, e ho buttato via il brano. […] La musica contenuta dalla poesia, dalla voce, emerge con più facilità dai versi che dalla prosa. Anche se ci sono delle prose incredibilmente belle, ma io non posso prendere un romanzo di Rebula e metterlo in musica tutto, mentre una poesia di Rebula l’ho messa in musica, anche se lui non si ritiene un poeta ma mi piaceva il testo e l’ho messa. Non mi ha fatto grato perché odia la poesia. È un ottimo scrittore, altro che […] (per non parlar male degli amici).
Son diversi, comunque…
Oohoo, certo, ma anche i musicisti sono diversi…
Quando sceglie la poesia o alle volte viceversa (so che la poesia alle volte sceglie il musicista), che criterio usa?
Tanti, tanti. Le racconto alcuni casi, poi le somme se le tira lei. Rare volte la poesia ha scelto me. Questo succedeva ogni volta che, leggendo una poesia, la sentivo già tutta musicata da me. È successo con una poesia di un poeta che non ho mai amato e che mai amerò: tale Bertolt Brecht. La poesia scritta nella lingua più dura che io conosco, perché in confronto al tedesco, il giapponese è una lingua poetica splendida, anche se priva di accenti. […] Quindici anni avevo, torno a casa, i genitori non mi davano mai i soldi, era la guerra, il ’43, e chiedo a mia mamma: “Mamma, mi dai 5 lire?”, 5 lire d’argento. Mia mamma aveva allora, da maestra elementare, un mensile di 800 lire, e mi chiede…sì, beh, in quell’anno, nel ’43, pagò un litro di olio d’oliva alla borsa nera, 181 lire…le chiedo 5 lire, mi guarda e mi fa: “Per cosa le vuoi?”, “Ho visto in un antiquario una grammatica giapponese e volevo….”, il pomeriggio l’avevo già a casa, eh. E qui è nata la mia passione per le lingue. Curiosità: la curiosità è il più importante e massiccio movente di tutte le mie attività.
Sì, ma io credo che per la maggior parte funzioni così, insomma, se uno non è curioso…
…siamo persi. Parlavo di Brecht. Un amico, col quale non si parlava mai di poesia, mi consiglia di leggere Brecht: l’ho comprato, l’ho letto e la prima lettura della poesia Von der Kindesmörderin Marie Farrar (Lei sa il tedesco? Dell’infanticida Maria Farrar) da una cronaca giornalistica, divisa in tre parti: la storia, i precedenti, i precedenti penali (che per me vuol dire “le cose precedute che fanno pena ricordare”), di una povera ragazza che a un certo punto – seconda parte della poesia, i fatti – partorisce di notte in gabinetto, e appena partorito strozza la creatura. Ultima parte, ultima strofa, un po’ di ragionamento su questa cosa e di richiesta di pietà per questa poveraccia. Io l’ho udita dalla prima all’ultima nota: sapevo già per che gruppo scrivere e l’ho scritta subito! Ho cominciato a scriverla subito, eh. Nove volte dieci, novanta versi: è una signora poesia. Nove strofe con una strofa di otto versi più due versi di refrain. Importantissimo il refrain. E l’ho scritto per baritono solo, il cronista; il giornale che racconta la storia, coro misto; due pianoforti e altri strumenti a percussione; suonati in tutto da 17 percussionisti. A me bastavano questi. A Lubiana, per registrarlo, hanno messo insieme le percussioni di tre orchestre, e non bastavano. È stato un grande successo. Allora la Jugoslavia non faceva parte della Convenzione di Berna, quindi potevo fare quello che volevo, potevano fare. Poi si sono iscritti alla Convenzione di Berna e io non posso più far eseguire questa cantata perché non ho l’autorizzazione degli eredi di Brecht. Però l’anno dopo la registrazione, la eseguono nel ’60 (l’ho scritta nel ’58-’59), ho sospeso la scrittura perché nel frattempo, dopo le tre strofe messe in musica, mia moglie concepisce la prima nostra creatura e non potevo scrivere di un infanticida quando attendavamo…. Ho ripreso molto più tardi. Nata la bambina, ho scritto tre ninne nanne per Jasna, poi ho continuato l’infanticida.
[dal soggiorno ci trasferiamo in cucina]
Questo è uno dei miei vini preferiti.
Ah, Cannonau!
Le piace? Io sono innamorato della Sardegna. È l’unico amore per una terra. Io mi riconosco nelle terre, mai nelle città. Io sono carsolino: carsolina era solo mia nonna paterna, ma io mi sento carsolino. Mi sento istriano, istriano di Dignano era mio nonno materno.
Sì, anche friulano si sente lei, è vero?
Si, perché suo padre era immigrato da Amaro, da Dimȃr, era emigrato a Pola a fare il sarto della Marina militare austriaca, poi ha trovato una italiana di Dignano, si è sposato. […] Mia mamma con sua madre parlava tedesco, con suo padre italiano e con le ragazze a scuola e nella cittadina sloveno. Poi, a 12 anni di età, muore suo padre, e vengono a Trieste dove avevano parenti… poi, la vita è varia. Comunque, non ho mai voluto rinunciare a nessuna delle preziose gemme che avevo ereditato da quattro canali.

Riccardo Redivo

[da Konrad n°161, novembre 2010]

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