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L’arte della scenografia. Una chiacchierata con Pier Paolo Bisleri.

Raramente capita di andare a teatro e, una volta spalancato il sipario, di sentirsi calati in un’installazione; di percepire che anche se nessun attore calcherà il palcoscenico, lì, di fronte ai nostri occhi, c’è già di per sé un’opera d’arte che attende solo di essere animata, vissuta, utilizzata.

E’ la sensazione che ho provato lo scorso mese al Teatro Verdi di Trieste durante una rappresentazione de “Il re Pastore” di Mozart. La scena che mi si è parata dinnanzi aveva la lucidità di un’opera minimalista, scarna e completa allo stesso tempo, senza alcunché di troppo. A fare da sfondo una sintetica riproduzione del Teatro  Olimpico di Vicenza, al centro della scena una cornice dorata e infine sospese ed immobilizzate, delle pecorelle bianche e fredde, ingessate come l’architettura Palladiana alle loro spalle. Ad evocare la bucolica e verde campagna presso cui si svolge la prima parte dello spettacolo, un tappeto verde sgargiante: prodotto industriale di questi tempi, che pareva fuoriuscito da un catalogo Ikea.

Scenografia del primo atto de “Il Re Pastore” di W. A. Mozart, regia di Elisabetta Brusa.

Questo connubio tra classico e moderno, questa coesistenza di elementi statici, volutamente “congelati” e di attori vivi e pulsanti, produceva effetti poetici e stranianti, simili a quelli di una performance di arte contemporanea.

La sensazione che il tutto fosse voluto e ben ponderato non mi ha abbandonata per tutto lo spettacolo e l’indomani mi sono decisa a contattare per una chiacchierata lo scenografo, il triestino Pier Paolo Bisleri.

Di fronte alla mia richiesta di intervistarlo egli ha accettato ben volentieri, a colpirlo -ha ammesso in seguito- il fatto che per descrivergli le emozioni provate dinnanzi alla sua creazione io abbia menzionato un artista a lui caro, George Segal. Era inevitabile: la sua formazione artistica emerge prepotente dalla sua attività. E’ una formazione iniziata presso l’Istituto d’arte “Umberto Nordio” di Trieste (dove ebbe come compagno di classe Roberto Vidali, fondatore e direttore editoriale della rivista Juliet) e proseguita presso l’Accademia delle Belle Arti di Firenze.

Ad essa contribuirono -facendo probabilmente la differenza- esperienze curatoriali e contatti personali, molti dei quali maturati in seno allo spazio di Arti Visive della “Cappella Underground”, diretto da Bisleri tra il 1970 ed il 1980.

La curiosità e l’attività di Pier Paolo lo misero in contatto con artisti quali Joseph Beuys, Arnulf Reiner, Christo ed Andy Warhol. Erano altri anni -mi confida- allora non esisteva troppa mediazione tra artisti e fruitori. Sapendo dove incontrarli e avendo un po’ di faccia tosta, potevi avvicinarli.

Decisivo fu poi l’incontro con l’artista Erika Stocker Micheli, vero tramite per lo svolgimento di due episodi capitali della vicenda artistica cittadina: le performance degli azionisti viennesi Otto Mühl ed Hermann Nitsch svoltesi nel 1978, rispettivamente presso l’Istituto Nordio ed il Teatro Romano di Trieste. Quello stesso anno, nel giro di pochi mesi, Pier Paolo conseguì il diploma in scenografia e costume all’Accademia ed iniziò a lavorare come scenografo.

1978 – La lezione-performance di Otto Mühl all’Istituto Nordio di Trieste

Nell’arco della sua quasi trentennale carriera, Pier Paolo Bisleri ha collaborato con numerosi registi (Giuseppe Patroni-Griffi, Gabriele Lavia, Giorgio Pressburgher, Walter Pagliaro, Antonio Calenda, Deda Cristina Colonna…), ma con uno in particolare, l’aretino Federico Tiezzi (Lucignano 1951), ha stretto un sodalizio sin dal 1991.

Lui capisce quello che gli propongo e perché, anche grazie al fatto che è laureato in Storia dell’Arte (laurea conseguita nel 1977 a Firenze con un professore del calibro di Roberto Salvini, storico dell’arte, già direttore degli Uffizi, per un periodo cattedratico presso l’Ateneo giuliano. NdR) e mi lascia ampio margine di libertà espressiva. Entrambi proveniamo dal teatro di prosa, aspetto che ci fa analizzare sempre intensamente il testo di cui dobbiamo curare l’allestimento.

Mi sorge spontaneo chiedergli se preferisca il teatro lirico o quello di prosa.

Dei testi di prosa, quasi sempre assai colti, mi affascina la possibilità di indagarne un possibile sottotesto, di approfondire la produzione dell’autore alla ricerca di temi ricorrenti a lui cari. D’altro canto la produzione lirica, coi suoi cambi a vista ed i suoi differenti movimenti scenici, mi permette maggiore inventiva.

Bisleri, preso dall’entusiasmo, prende a narrarmi esperienze vissute ed allestimenti a lui cari, tra cui lo “Zio Vanja” di Checov proposto alla Biennale Teatro di Venezia (per il cui allestimento si ispirò alle lavagne di Joseph Beuys), la versione di “Romeo e Giulietta” diretta da Tiezzi al Teatro Fabbricone di Prato, il Pirandelliano “Non si sa come” andato in scena al Teatro Piccolo di Milano e la versione di “Norma” prodotta per il Teatro Petruzzelli di Bari, rappresentazione tristemente celebre perché fu l’ultima ad andare in scena prima del tremendo incendio che nel 1991 distrusse interamente la struttura, ma anche perché le scene furono realizzare da Bisleri basandosi su disegni del grande artista Mario Schifano.

Disegni che divenni matto per ottenere, star dietro a Schifano non era affatto semplice. Due bozzetti me li consegnò addirittura un mese dopo il debutto dello spettacolo.

La partecipazione con cui Pier Paolo mi parla dei suoi progetti e l’opportunità di sentire dalle sue labbra la spiegazione di molte scelte cromatiche, formali o di materiali, mi fanno sentire davvero fortunata. Quando poi mi chiede in prestito il mio blocco di appunti per spiegarmi graficamente alcuni passaggi, mi chiedo perché l’imminente inizio del lavoro debba costringermi, volente o nolente, a tirare le somme della nostra chiacchierata. Congedandomi da Pier Paolo non mi resta che chiedergli di quale spettacolo, ancora mai affrontato, gli piacerebbe poter progettare le scene. Ci pensa un po’ su prima di rispondermi.

Shakespeare per la prosa, “Riccardo III” o “Il Mercante di Venezia”, si trattasse di lirica invece, indubbiamente il Flauto Magico.

Traendo quindi ispirazione dalla sua risposta, sulle intense note e con alcune criptiche parole de “Il Flauto Magico” di Mozart, non mi resta che augurare ai nostri lettori un buon inizio d’anno nuovo…

…Sapienza, lavoro e arte qui dimorano. Dove impera l’attività e l’ozio retrocede, il vizio mantiene a fatica il suo dominio.

L. Pirandello, Non si sa come, regia di Federico Tiezzi.
L. Pirandello, Non si sa come, regia di Federico Tiezzi.
G. Verdi, Simon Boccanegra, regia di Federico Tiezzi.

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