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Ambiente Territorio e urbanistica

Maltauro & co: solo a Milano?

Considerazioni sugli sviluppi della Tangentopoli bis connessa all’EXPO 2015

– di Dario Predonzan –

Ciò che sta emergendo dalle inchieste della magistratura sulla corruzione negli appalti legati all’EXPO 2015 di Milano, stimola qualche riflessione.

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I fatti. A quanto è emerso finora (ma altri sviluppi sono assai probabili), il titolare di una delle maggiori imprese di costruzioni italiane, Enrico Maltauro, ha confermato – né poteva fare altrimenti, essendo immortalato in alcuni video mentre consegna le mazzette- l’esistenza di una “cupola” che gestiva l’assegnazione degli appalti sia delle opere per l’EXPO di Milano 2015, sia della cosiddetta Città della Salute nell’area ex Falck, in quella Sesto San Giovanni un tempo chiamata la “Stalingrado d’Italia” (vi predominavano l’elettorato operaio ed il PCI).

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Della cupola facevano parte personaggi da sempre a cavallo tra politica e affari, quali Gianstefano Frigerio (ex DC, ora Forza Italia), Primo Greganti (ex PCI, ora PD), Sergio Cattozzo (ex UDC), Luigi Grillo (ex deputato PDL), Claudio Levorato (ex PCI, ora PD), più alcuni manager (c’è chi li chiamerebbe “magnager”) di EXPO 2015, alcuni dei quali legati all’ex presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni (ex Forza Italia, ora NCD, ma soprattutto potentissimo esponente di Comunione e Liberazione).

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Maltauro è in carcere con l’accusa di aver pagato tangenti per 1.200.000 Euro, ma l’ammontare complessivo versato alla “cupola” – anche da altri imprenditori, verosimilmente – è certo assai superiore, poiché l’importo complessivo dei lavori previsti per l’EXPO si aggira  intorno ai 3,2 miliardi di Euro, cui vanno aggiunti altri 300 milioni per la Città della Salute. Più una cifra non precisata per gli appalti della Sogin, società pubblica che si occupa dello smantellamento delle vecchie centrali nucleari italiane e dello smaltimento delle loro scorie radioattive.

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Anche considerando che la percentuale richiesta per le tangenti pare sia “soltanto” dello 0,8% sul totale di ogni appalto (nella prima Tangentopoli si arrivava anche al 5%, ma adesso c’è la crisi), si tratta in ogni caso di cifre imponenti, circa 28 milioni di Euro.

Sarà l’inchiesta della Procura di Milano a stabilire se il malloppo sia finito tutto in tasca ai componenti della “cupola”, o se qualcosa sia stato – eventualmente – girato ai partiti di appartenenza dei corrotti, come ai tempi della prima Tangentopoli. All’epoca il “compagno G”, cioè Greganti, diventò un mito tra i comunisti, per non aver mai rivelato a chi del PCI fossero stati esattamente versati i fondi provenienti dalla corruzione.

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Quanto alle riflessioni, vien da chiedersi come mai personaggi quali Frigerio e Greganti, già condannati nei processi di oltre vent’anni fa, potessero svolgere di nuovo – e tranquillamente – le stesse attività di allora, frequentando partiti e sedi istituzionali. Greganti, per esempio, era iscritto al PD di Torino fino al 2013 e solo dopo l’esplosione dello scandalo EXPO è stato “sospeso” dal partito.

Dall’inchiesta è emerso anche un asse tra Cl e le Coop “rosse”, con Frigerio e gli amici di Formigoni da una parte, Greganti e Levorato (presidente di Manutencoop) dall’altra.

Vien da chiedersi: al Governo c’è un ministro del lavoro, Giuliano Poletti, che dal 2002 in poi è stato presidente di Legacoop nazionale, e dal 2013 dell’Alleanza delle cooperative italiane. Può essere che Greganti e Levorato operassero a sua insaputa, ma come mai nessuno finora ha pensato di chiedergli qualcosa, né a presentare interrogazioni in Parlamento?

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Infine una riflessione su casa nostra: l’impresa Maltauro ha lavorato e lavora anche in Friuli Venezia Giulia e, oltre ad alcuni interventi nella base USAF di Aviano, ha realizzato tra l’altro – si apprende dal sito internet dell’azienda – opere di sistemazione idraulica del fiume Tagliamento ed il recupero funzionale del Magazzino 26 nel Porto Vecchio di Trieste.

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Enrico Maltauro era anche amministratore delegato di Portocittà, la società che nel 2010 ottenne dall’Autorità Portuale di Trieste – presidente Claudio Boniciolli – una concessione 70ennale per la riconversione dell’intera area del Porto Vecchio. Concessione poi risolta consensualmente quando Portocittà dichiarò insostenibile l’intervento stante il regime di Punto Franco (nota anche nel 2010, peraltro).

Sarà stato certo tutto regolare, in queste vicende, ma chi si sorprenderebbe se anche qualche nostra Procura decidesse di indagare sull’esempio dei colleghi milanesi?

 

 

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