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Ambiente

Shale gas: cui prodest?

La tecnologia perversa del Fracking

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– di Lino Santoro-

Secondo Giuseppe Recchi, presidente dell’Eni fino a due mesi fa: “c’è una rivoluzione energetica in corso, e ci sta passando accanto”.
Secondo lui (ex manager del colosso USA General Electric), l’Europa deve imitare gli Stati Uniti, dove lo sfruttamento delle riserve non convenzionali come lo shale gas (gas naturale confinato in strati profondi da rocce non permeabili) ha aperto nuovi orizzonti di autosufficienza energetica con un marcato impatto positivo sull’economia, tanto che l’energia negli USA costa la metà e il prezzo del gas è un terzo rispetto all’Europa.

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Per Recchi principio di precauzione e VIA sono strumenti che ostacolano lo sviluppo e mancano di pragmatismo. L’energia serve e qualsiasi processo tecnologico che ne ricavi il massimo, sfruttando tutte le risorse possibili, è un must. Recchi è un tipico esponente del neoliberismo alla Milton Friedman, secondo cui sono marginali welfare, diritti dei lavoratori, ambiente e territorio: è il profitto per poche lobby multinazionali l’unico obiettivo da perseguire in economia.

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La guerra del gas. Rinascono i rigassificatori?
La guerra del gas sta soppiantando la guerra del petrolio, e il campo di battaglia è l’Europa. Polonia e Ucraina, in particolare quest’ultima, sembrano avere importanti giacimenti di shale gas. Per sfruttarli sono necessari investimenti e gli USA ed i tecnocrati della UE sono pronti a concederli.
Il colpo di stato ucraino ha tolto di mezzo uno squallido presidente filorusso, ma ha affidato lo Stato ad ambigui personaggi della destra reazionaria filonazista. Lo scenario geopolitico è chiaro e confermato dal progetto di partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti (TTIP Transatlantic Trade and Investment Partnership) fra USA e UE, in cui, fra tanto altro, centra il mercato del gas. Lo sfruttamento non convenzionale delle risorse di gas naturale ha trasformato gli USA da paese importatore a potenziale esportatore e l’Europa è il suo principale mercato, da cui il conflitto con la Russia, attualmente è il maggiore fornitore di gas in Europa attraverso pipeline (conduttture).

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Il gas statunitense viaggerebbe liquefatto (GNL) attraverso l’Atlantico per rifornire gli impianti di rigassificazione europei che attualmente funzionano a meno della metà della loro potenzialità. Diventerebbero strategici per l’Europa anche ulteriori impianti, cofinanziati e incentivati con i miliardi della Connecting Europe Facility (vedi Konrad dicembre 2013/gennaio 2014) perché si tratterebbe di European Projects of Common Interest. Del resto perché lo scorso aprile è stato costituito un coordinamento tecnico per lo studio di fattibilità tecnica ed economica del Piano strategico nazionale sull’utilizzo del gas naturale liquefatto presso il MISE?

Shale Gas Costing 2/3 Less Than OPEC Oil Converges With U.S.

Shale gas potrebbe essere estratto con tecnologia statunitense anche dai giacimenti europei e appare ben incastonata in questo quadro di geopolitica neoliberista la recentissima (16 aprile 2014) nuova direttiva europea sulla Valutazione d’Impatto Ambientale: la VIA non è obbligatoria per l’esplorazione e l’estrazione di shale gas.

Fracking di qua, fracking di là. Un gioco pericoloso


Nel sottosuolo fra i 2000 e i 5000 metri di profondità si trovano rocce sedimentarie ricche di sostanza organica nota come kerogene, da cui si generano gli idrocarburi.

Il gas naturale e il petrolio possono risalire lungo fratture rocciose o attraverso le porosità di strati permeabili, fino a costituire i giacimenti cosiddetti convenzionali. Quando strati di argillite (scisti) isolano gas e petrolio in porosità profonde si parla di giacimenti non convenzionali, da cui non è possibile estrarre gli idrocarburi con la tecnologia dei pozzi verticali.

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E’ nato così il fracking (hydraulic fracturing): in un profondo pozzo verticale con diramazioni orizzontali viene immessa acqua fino alla pressione di 1000 atmosfere, che è in grado di frantumare la roccia, creando fessurazioni che permettono a shale oil e shale gas di essere recuperati dai pozzi verticali.

L’acqua pressurizzata contiene solventi e sabbia, biocidi come l’ossido di cloro, metanolo e isopropanolo, cosicché diventa fonte d’inquinamento per le falde acquifere, e secondo studi indipendenti (Worldwatch Institute) non negati da USEPA (l’agenzia federale di protezione ambientale statunitense) esiste anche il rischio di eventi sismici.

Nella fase di recupero dello shale gas una percentuale di metano variabile dall’1 al 5% di quello estratto viene disperso in atmosfera (dati USEPA).

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Il Global Warming Potential, ovvero il potenziale di riscaldamento globale del metano è 23 volte quello dell’anidride carbonica, maggiore responsabile dell’effetto serra. E in più l’acqua di recupero contiene isotopi radioattivi provenienti dalla roccia frantumata.

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La produzione di shale gas negli USA corrisponde oggi al 30% di tutto il gas estratto e un recente studio di Science (17 maggio 2013), che prende in esame il Marcellus shale, uno dei più importanti bacini statunitensi di estrazione, traccia un quadro dettagliato di tutti gli impatti negativi generati dal fracking e dalle emissioni.

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Il fluido utilizzato nel Marcellus shale è chiamato slickwater: l’acqua non contiene modificatori di viscosità, ma abrasivi, solventi e biocidi, e la società proprietaria dei pozzi non è obbligata dalla legge (US Safe Drinking Water Act ) a dettagliarne la composizione.

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Tra la popolazione del territorio è sempre più estesa la preoccupazione relativa alla salute, manifestata da organizzati comitati di opposizione. E’ stato infine riscontrato che per la bassa solubilità del metano in acqua, il gas può accumularsi nelle condutture tanto da provocare, in qualche caso, incendi ed esplosioni.

 

 

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